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| L'INTERVISTA |
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«Il federalismo può contribuire al formarsi di una cultura campanilistica che, assecondata da quanti magnificano il cosiddetto chilometro zero, può fare regredire gli stessi mercati nazionali in mercatini locali» «L’attuale crisi finanziaria, economica e produttiva sta creando grandi difficoltà anche al settore agricolo e migliaia di aziende siciliane rischiano di esserne travolte. Per questo sono necessari interventi concreti capaci di dare una risposta ai problemi dell’emergenza ma nello stesso tempo utili a favorire un rafforzamento del settore perché esca da questa crisi più strutturato e più organizzato, più competitivo e più coeso. Condizioni queste necessarie a ridare slancio e a riconfermare il ruolo trainante dell’agricoltura nella realtà siciliana», parola di Carmelo Guerrieri, presidente regionale Cia (Confederazione italiana agricoltori), che ci aiuta a comprendere il drammatico fenomeno che tende, sempre più, a emarginare i prodotti nostrani dal mercato. Le tavole degli italiani sono sempre più occupate da cibi stranieri. Quanto ha influito, negativamente, la politica del lassez faire? «Non c’è stata una vera politica del lassez faire in agricoltura e nell’agroalimentare italiano. Ma una politica di disinteresse e di disimpegno che ha portato alla emarginazione e alla marginalità un settore trainante del made in Italy. Infatti, le proprietà delle più importanti catene di distribuzione organizzata sono in mano straniera, senza alcuna preoccupazione della classe politica e di governo e ciò ha anche contribuito a spalancare le porte ai prodotti agroalimentari stranieri». La Sicilia: una volta granaio del mondo, prima produttrice di agrumi… e oggi? «Ancora oggi la Sicilia continua ad avere una grande e importante agricoltura. La Sicilia è una tra le principali regioni italiane produttrici di agrumi, di grano duro, di vino, di primaticci orticoli, di olio. Una regione dove l’agricoltura continua a essere la principale risorsa economica e produttiva. Tuttavia, oggi questo ruolo rischia di essere travolto, con gravissime ricadute per l’intera economia della regione, dai nuovi scenari che la globalizzazione e la libera circolazione delle produzioni hanno determinato». Quali sono le politiche di sviluppo che servirebbero a questa terra? E per quanto riguarda le esportazioni, il federalismo darà forza ai nostri mercati? «Promuovere e sostenere un processo di ristrutturazione e di riorganizzazione dell’intera filiera agroalimentare siciliana attraverso l’attuazione di scelte di politica economica che mettano al centro dello sviluppo ecosostenibile ed eco ambientale della regione il settore agricolo. Una politica che valorizzi la qualità e unicità organolettica dei prodotti enogastronomici siciliani. Che favorisca e promuova la multifunzionalità del settore primario, la multiattività e l’intersettorialità dell’attività agricola. Il federalismo teoricamente non dovrebbe creare alcun problema alle esportazioni che continuano a essere uno dei punti di debolezza della nostra agricoltura. Purtroppo, il federalismo può contribuire al formarsi di una cultura campanilistica che, assecondata da quanti magnificano il cosiddetto chilometro zero, può fare regredire gli stessi mercati nazionali in mercatini locali. Tutto ciò arrecherebbe un notevole danno all’agricoltura siciliana che deve realizzare il proprio reddito nella valorizzazione del prodotto nei mercati ricchi del nostro Paese, dell’Europa, dell’America e degli altri paesi in via di espansione». Le grosse catene di supermercati presentano al banco prodotti di origine straniera, anche non comunitaria. Da cosa dipende? «Dipende dalla globalizzazione dei mercati, dallo sviluppo dei sistemi di trasporto, dalla omogeneizzazione dei sapori, dallo strapotere che la grande distribuzione ha conquistato nella filiera agroalimentare internazionale. Inoltre, l’assenza di un sistema comunitario di controllo delle merci provenienti dai Paesi Terzi e l’inesistenza di una norma che obbliga l’etichettatura della provenienza per tutti i prodotti agricoli e agroalimentare permette alla grande distribuzione la realizzazione di una politica dei prezzi che mette fuori mercato i produttori siciliani che indubbiamente hanno costi di produzione molto più alti di quelli dei paesi del nord Africa, del sud-est asiatico e di quelli in via di sviluppo». E come ne risentono i nostri produttori locali? E’ vero che gran parte del raccolto, vedi la campagna dei mandarini di quest’anno, è rimasta sugli alberi mentre nei mercati si trovano gli stessi di origine non locale? «La ricaduta per i nostri produttori è eccessivamente negativa. Spesso i prezzi all’origine non garantiscono il recupero dei costi di produzione. Per questo è indispensabile favorire un processo di unione dell’offerta per aumentare il potere contrattuale del mondo agricolo rispetto a quello della grande distribuzione e per comunicare e promuovere le caratteristiche organolettiche dei nostri prodotti. Ciò vale anche nei mercati locali, dove i nostri prodotti spesso non riescono ad avere una loro visibilità e riconoscibilità». E’ la burocrazia che ferma il lancio dei prodotti nostrani o gli alti costi imposti? «La burocrazia è troppa, sempre più costosa, invadente e molto spesso inconcludente, contribuendo in tal modo a fare lievitare i costi di produzione e ad aumentare le difficoltà alle imprese agricole. E’ indispensabile una politica di forte sburocratizzazione e di riduzione dei costi di produzione a cominciare da quelli energetici per finire a quelli previdenziali. Ma tutto ciò di per se non garantisce un’azione di promozione e di valorizzazione dei nostri prodotti sul mercato. Occorrono scelte ben definite che sostengano il consolidamento dei prodotti agricoli siciliani nel mercato regionale, in quello nazionale e in quelli internazionali». Oggi la Sicilia è una terra che deve superare la concorrenza o che fa concorrenza? «In Sicilia si verificano tutte e due le condizioni. Vi sono produzioni che subiscono la concorrenza dei prodotti provenienti dal nord Africa e dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto l’ortofrutta, e vi sono prodotti che riescono a essere concorrenziali nei mercati internazionali, quali vino, olio, prodotti trasformati di eccellenza. Dobbiamo quindi fare sempre più tesoro delle esperienze positive per portare tutta l’agricoltura di qualità a fare sistema e a essere competitiva e concorrenziale nel grande mercato globalizzato». Aspettando la rivincita e la rinascita della nostra terra… |
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