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CIBO ETNICO
Il cibo è identità, ma non si deve esagerare. Bisogna anche sapere cogliere le opportunità offerte dai nuovi mercati
Il cibo etnico piace e riscontra un successo inaspettato. Da Nord a Sud Italia si diffondono negozi e ristoranti di cucina etnica. Nel solo 2008 il consumo di alimenti di tipo etnico è aumentato del 10,5%. L’offerta gastronomica straniera sembra abbattere ogni barriera conquistando larghe fette di mercato. Dopo l’ondata di kebab, è tempo di degustare piatti dalla preparazione più laboriosa e colorata, nel pieno rispetto dell’utilizzo delle spezie. E’ tempo di portare sulle tavole italiane nacho, tacos, tortillas, chili con carne e poi cous cous, spaghetti di riso e germogli di soia, chuno (patate secche delle Ande) o machoiron, e pesce lucertola della Thailandia. L’integrazione passa attraverso il cibo.

Numerosi sono i negozi aperti da immigrati in grado di garantire un’ampia rifornitura di alimenti tradizionali in grado di assecondare le “voglie” più o meno afrodisiache degli italiani. Pasta e pizza continuano a detenere il primato, ma le bocche degli azzurri hanno voglia di assaporare aromi di terre lontane e che magari ricordano esperienze di un lungo viaggio. «Il cibo - dice Paolo Gramigni, consulente di Slow Food - è parte importante di queste emozioni. Vuoi rievocarle e riviverle assieme agli amici. E allora cerchi gli ingredienti giusti e ti metti ai fornelli».

Altro che foto e filmini, una cenetta è la tendenza del momento, un modo come un altro per condividere le emozioni provate. Un batter d’occhio e da uno scaffale all’altro si gusta il mondo: dalla Cina si raggiunge l'America del Sud, poi la terra calda d’Africa. Le proposte spaziano dal coconut Juice, succo di cocco, e Chrysantheum drink dalla Thailandia, allo Zathor (timo, sesamo e sale) del Libano. Fanno comparsa persino le erbe amare, Bitter leaf, da cuocere o pestare nel mortaio. Un miscuglio di odori e sapori spesso venduti in piccole botteghe dove è possibile trovare di tutto, persino detersivi e prodotti cosmetici.

C’è ancora tanto da lavorare in fatto di norme igieniche… il discorso cambia per i ristoranti. Arredati con gusto, offrono possibilità lavorative agli stessi italiani e registrano pienoni. Cucina italiana in crisi? Niente affatto, ma l’ondata di novità, supportata da una crescente accettazione dell’altro, ha comportato un margine di visibilità non indifferente. Del resto cimentarsi nella degustazione di piatti tipici potrebbe essere una esperienza interessante e dal retrogusto assolutamente sensuale, anche se non mancano gli scettici. Come affermato da Vittorio Castellani, noto come chef Kumalè: «Verso il cibo etnico si registrano segnali di profonda intolleranza. Giusto difendere i cibi italiani, il tipico e il tradizionale, ma l'esaltazione narcisistica delle radici culinarie può aprire la strada a un fanatismo patriottistico. E allora si inseriscono quelli che gridano più polenta e meno cous cous». E aggiunge: «Il cibo è identità, ma non si deve esagerare. Senza contaminazioni da Paesi lontani non avremmo pomodoro e pasta. Bisogna anche sapere cogliere le opportunità offerte dai nuovi mercati. Ci sono sapori che senza gli indiani, i pakistani, i nigeriani mai avremmo assaggiato. Gli immigrati appena arrivati sono poveri e con i loro mercati offrono occasioni ai poveri italiani».
Nel frattempo però il “passa parola” cammina di fretta cosicché non sono le fasce medio basse a far ricorso agli alimenti stranieri, ma i ceti abbienti pronti a lasciarsi cullare dalla voglia di esotico a tutti i costi.
 
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