Cronaca
EuroAzienda. Il gestionale per Eccellenza
“CHIEDO L’ASSOLUZIONE”

 Assoluzione per Sebastiano Scuto perché il fatto non sussiste e trasmissione degli atti al pubblico ministero per procedere nei confronti dei collaboratori di giustizia Giuffrida, Di Stefano, Catalano, Basile, Ferone, Litrico, Pulci, Sturiale e Giuseppe Laudani per falsa testimonianza e calunnia. Questo l’invito alla prima sezione del Tribunale, presieduta da Majorana, dei difensori del “re dei supermercati”, professori Giovanni Grasso e Guido Ziccone, a termine delle arringhe, che confutavano le dichiarazioni di Eugenio Sturiale di Giuseppe Laudani, collaboranti dell’ultima ora.

Secondo i difensori, Sturiale, che aveva problemi interni al clan Cappello e che rischiava di essere ucciso, “vende” ai Laudani la sua parentela con Scuto per accreditarsi con la nuova organizzazione criminale. Di qui il suo presunto coinvolgimento nel tentativo di sequestro del figlio di Scuto per costringerlo a pagare il suo “debito” ai Laudani, oltre 15 milioni di euro. Sequestro che non avviene e che, secondo la Difesa, era falso, perché i Laudani non avevano alcuna intenzione di portare a termine il sequestro perché non possedevano un’organizzazione criminale in grado di gestirlo, ma che serviva al clan per spaventare Scuto e riprendere il vecchio discorso estorsivo che l’imprenditore da dieci anni aveva interrotto.

E se non fossero intervenute le dichiarazioni di Laudani, la Difesa si sarebbe trovata di fronte ad accuse che potevano anche “infastidire”. Poi arriva Laudani e tutto va a rotoli. Premette l’avvocato Grasso: “Non vi è assolutamente coincidenza sui nuclei essenziali tra le dichiarazioni di Sturiale e quelle di Giuseppe Laudani. E direi che da questo punto di vista quando ho detto questa frase il signor Scuto ha sorriso. Ma il signor Scuto è un uomo fortunato perché Giuseppe Laudani ha iniziato la sua collaborazione il 4 febbraio del 2010. Sturiale è stato sentito nel nostro dibattimento il 10 febbraio del 2010, quindi il signor Giuseppe Laudani, che usava leggere i verbali del nostro processo, come risulta credo pacificamente, non ha potuto leggere le dichiarazioni di Sturiale e non ha potuto adattare le proprie dichiarazioni a quelle di Sturiale”.

Una contraddizione? Per Sturiale, “l’atteggiamento dei Laudani era un atteggiamento fortemente irritato nei confronti di Scuto che non si faceva trovare, non voleva pagare i famosi 15 milioni e allora si progetta un sequestro. Cosa ci dice invece Giuseppe Laudani? Giuseppe Laudani ci dice che avendo avuto conferma della fedeltà di Scuto nei nostri confronti noi dovevamo tenere le acque ferme”.

Ma il penalista affonda sui presunti rapporti economici di Scuto con Cosa Nostra a Catania e a Palermo. Afferma: “Leggendo le dichiarazioni di Sturiale e di Giuseppe Laudani io credo che qualunque rapporto economico tra i Laudani e i Santapaola scompaia, è affossato definitivamente ancora di più il progetto di Palermo …. Enzo Santapaola nel 2000 diceva alla moglie di Sturiale: “Tuo zio come fa? Dobbiamo prenderci tuo zio, dobbiamo arrivare a tuo zio”, quindi nel 2000 i Santapaola non avevano nessun rapporto con il signor Scuto mentre il famoso, il grande progetto o, per usare una espressione cara al signore procuratore generale, la grande bufala che riguarda i rapporti tra Madonia, Santapaola etc. doveva nascere, sarebbe nata nel ‘92-‘93… Ma ancora più chiare sono le dichiarazioni di Giuseppe Laudani che risponde alla domanda: “Lei sa se il signore Scuto ha degli interessi nella Sicilia occidentale?”, “Non sono a conoscenza”; quindi era così informato degli affari di Scuto che non sapeva che il signore Scuto aveva, e ha ancora, qualche supermercato nella Sicilia occidentale. … E poi: “Guardi, avvocato, noi dobbiamo precisare questo, non abbiamo contatti né con Cosa Nostra, né con la Stidda, noi siamo solamente Laudani mussi di ficurinia e basta. La linea di mio padre era questa, di non avere nessun contatto con Cosa Nostra. Ebbene queste dichiarazioni di Giuseppe Laudani corrispondono perfettamente a quelle di Di Giacomo, cioè vi è una corrispondenza perfetta anche Di Giacomo dice, aveva detto: “Ma noi siamo i mussi di ficurinia, che cosa mi parla di Palermo?”. E concordano, però, con quello che ha detto anche Giuffrida cui proprio il presidente aveva chiesto di contatti tra Laudani e Palermo concordano con quello che ha detto Avola e con quello che aveva detto Pulvirenti che negano qualunque rapporto tra i Laudani e Cosa Nostra catanese, ma anche tra Cosa Nostra catanese e Cosa Nostra palermitana. Quindi vi è un quadro che affossa definitivamente non solo l’idea del rapporto con Palermo, ma distrugge anche l’idea di un rapporto tra i Laudani e i Santapaola e tra il signor Scuto quindi e i Santapaola”. Senza dimenticare il rapporto della Guardia di finanza dove si rileva che era impossibile, per le minuziose verifiche interne, che all’interno dell’Aligrup fossero immessi proventi esterni e che la contabilità era regolare. Dunque, Scuto non aveva ricevuto dai Laudani alcun vantaggio, ma tutti svantaggi, perché sotto estorsione, tanto da dire all’imprenditore Zappalà: ‘Mi hanno fatto vedere le stelle’”.

 
“HANNO SEQUESTRATO PURE BENI ACQUISTATI CON IL MIO SUDORE”
 I mass-media, persino quelli nazionali, hanno pubblicato la notizia con grande enfasi: la Direzione investigativa antimafia ha sequestrato beni del valore di circa 4 milioni di euro all’ex assessore comunale di Paternò, Carmelo Frisenna, arrestato per mafia nell’operazione “Padrini” del 27 novembre 2008 e ora detenuto. Un patrimonio riconducibile interamente, secondo gli investigatori, all’ex membro della giunta Failla. Ma è proprio così? Il padre della moglie di Frisenna, il prof. Salvatore Caponnetto, docente in pensione di latino e greco nei licei, rompe il riserbo di questi anni travagliati e racconta, pur vivendo un dramma, a “Magma”, insieme con la figlia Rossella, la sua verità. Che parte proprio dagli acquisti fatti, due immobili per le due figlie - e lo sottolinea con forza - con i propri soldi. Quindi, situazioni e investimenti completamente diversi, separati da quanto fatto da Carmelo Frisenna con la sua attività economica. Questa la posizione del prof. Caponnetto. Eppure, la Dia ha posto sotto sequestro la casa in cui la figlia viveva con il marito e persino il conto corrente in cui è canalizzato il suo stipendio d’insegnante. Accusa: il tenore di vita sarebbe stato sopra le reali possibilità economiche del periodo preso in considerazione dagli investigatori. Il 5 maggio prossimo sarà discussa in Tribunale la richiesta di dissequestro.

Prof. Caponnetto, cosa critica quindi del provvedimento di sequestro della Dia?

“Il provvedimento è stato fatto senza tenere conto della legittimità degli acquisti”.

Parliamo del conto corrente…

“Il conto corrente è alimentato dallo stipendio che percepisce mia figlia dal 2003 e da somme che dal ’98 in poi io ho versato, in varie forme, acquistando titoli e dando dei soldi per alimentare questo conto. Sono cose che io posso provare quando mi sarà chiesto”.

E l’immobile? Lei dice che è stato acquistato con soldi suoi.

“ Certo, è stato acquistato con soldi miei, dal 2001. Poi, ho contratto un mutuo che ho pagato sistematicamente. L’immobile è stato comprato esclusivamente con soldi miei”.

Il conto corrente è stato sequestrato come l’immobile?

“Tutto sequestrato.”

Com’è nato l’investimento immobiliare? Per l’esigenza di sua figlia?

“Certo…”.

Antecedente al matrimonio di sua figlia con Frisenna?

“Antecedente…”.

Non erano nemmeno fidanzati?

“No, no…”.

Quindi, che investimento ha fatto?

“La stessa cifra che io ho dato a mia figlia per acquistare titoli ‘Monti Paschi di Siena’ e ‘Banco di Sicilia’, l’ho versata anche per l’altra mia figlia Simona”.

Per questo immobile che cosa è successo?

“Abbiamo versato 123 milioni di lire all’atto della stipula del contratto di acquisto e per il residuo abbiamo acceso un mutuo di cento milioni. Io versavo ogni sei mesi oltre cinque milioni, in contanti perché a Paternò non c’è agenzia della Banca Nazionale del Lavoro, quindi volevano che io pagassi in contanti. Mi recavo a Misterbianco ogni sei mesi, pagavo nella filiale di Misterbianco questa cifra…”.

La rata del mutuo, insomma?

“La rata del mutuo, esattamente…”.

Per quanto tempo l’ha fatto?

“Dal 2001 fino al 2008, per sette anni. Poi, mia figlia mi ha prestato i soldi per chiudere questo mutuo, soldi che io, dopo sei mesi, ho restituito, perché volevo pagare io fino in fondo tutta la casa”.

In totale quanto è costato l’immobile?

“L’acquisto era di 223 milioni, poi con il cambio dell’euro non so…”.

Operazione analoga ha fatto per l’altra figlia, no?

“Addirittura all’altra forse ho dato qualcosa in più, perché, dovendo lei acquistare una casa a Milano, è chiaro che i prezzi di quella città non sono quelli di Catania o di Paternò. Credo di avere addirittura dato qualcosa in più”.

Il resto di quanto sequestrato riguarda, invece, l’attività economica di Carmelo Frisenna…

“Sì, l’attività economica di Carmelo Frisenna. Noi non c’entriamo per niente”.

Non avete mai avuto un ruolo nell’attività economica di Frisenna?

“Assolutamente no, gestiva tutto lui. Non c’entriamo completamente, mia figlia addirittura neanche conosceva l’esistenza di una società…”.

Parliamo di un’attività economica agricola…

“Esportazione di agrumi, commercializzazione degli stessi. Mai avuto noi conoscenza diretta”.

Il padre di Frisenna lo aiutava nel lavoro?

“Suo padre si occupava della scelta dei prodotti, Carmelo, invece, vendeva, andava in giro per l’Italia, si recava soprattutto in Veneto. Vendeva bene, perché sapeva vendere il suo prodotto”.

Era un’attività che andava bene?

“Specialmente negli ultimi anni era andata abbastanza bene.”

Da parte sua e di sua figlia non c’è stato mai nessun sospetto, magari su qualche faccia strana che gravitava attorno a lui?

“Assolutamente no”

Nell’attività di Frisenna lavoravano molte persone, si dice circa 120 dipendenti…

“Per un paio di anni ho notato molta gente lavorare là dentro, camion che andavano, venivano. Fino a tre anni fa”.

Lui si lamentava mai per l’andamento delle annate?

“Ogni tanto, sì. L’annata del 2007 non era andata bene”.

Com’è stata vissuta questa storia a Paternò?

“Nel paese in maniera abbastanza drammatica, perché nessuno si aspettava un provvedimento del genere, poi non dico cosa è accaduto quando sono stati pubblicati quei numeri della Dia. Abbiamo ricevuto telefonate da parte di amici, parenti, da quasi tutt’Italia molto sorpresi per quella cifra di quattro milioni di euro. Il commercialista che lavora per l’azienda, interpellato, mi ha detto che sono ‘balle’. Mi ha spiegato che sono state messe insieme molte cose. Nel calderone delle somme che riguardano mio genero, hanno messo anche i suoi proventi riguardanti gli anni 2001, 2002, 2003 e mia figlia non era ancora sposata”.

Si è creata una situazione di solitudine a un certo punto, sembrava quasi che nessuno conoscesse Carmelo Frisenna…

“Sì, senz’altro. Terra bruciata”.

Però aveva rapporti con numerose persone?

“Lo conoscevano tutti”.

In questo periodo qualcuno si è fatto avanti, anche per solidarietà?

“Devo dire onestamente che l’avvocato Salvo Torrisi mi ha avvicinato diverse volte, mi ha chiesto della situazione, si è dimostrato addolorato per tutto quello che è avvenuto, anche il sindaco, che tra l’altro il sindaco è un mio lontano cugino. Poi, il Comune si è costituito parte civile, forse poteva anche evitarlo. Abbiamo avuto molti attestati di solidarietà, di amici, certo un po’ meno dalle forze politiche, dalle Autorità diciamo… Ripeto sia Torrisi sia Failla sia altri consiglieri comunali, anche il dott. Venora, erano dispiaciuti. Credono tutti nella sua innocenza”.

A prescindere da questa vicenda, la mafia a Paternò ha un ruolo?  E’ ancora il tempo di Alleruzzo?

“Con Alleruzzo ci davamo del tu, era un pastore che quando io ero studente universitario, diciamo tra virgolette, proteggeva il circolo universitario. Quando noi giocavamo a carte e veniva qualche sconsiderato per una rapina, veniva lì e teneva tutti fuori”.

Con il passaggio agli anni Ottanta e Novanta, Paternò ha conosciuto l’aggressione della mafia?

“No, secondo me no, che ci sia la piccola delinquenza questo sì, ma per la mafia si deve andare molto distante da Paternò. Con questo non voglio difendere il paese perché paternese…”.

Lei oggi non vede questo rischio?

“No, no. Anche perché non ci sono i soldi a Paternò perché ci sia la mafia”.

Gli interessi quali potrebbero essere?

“Ma quali interessi a Paternò, dove sono questi soldi a Paternò?”

Ma ci sono gli appalti?

“Non credo. So che il sistema degli appalti è delicatissimo. Proprio mio genero diceva che se lui avesse voluto favorire la mafia si sarebbe fatto assegnare l’assessorato all’Urbanistica. Non ha voluto per non essere impelagato in situazioni poco chiare. Infatti, ha scelto la Solidarietà sociale proprio per questo”.

Ma a Paternò il problema sarebbe stato solo Frisenna, per fatti personali, privati? Almeno così è stato detto dai responsabili politici del comune…

“Non so rispondere”.

Dal punto di vista politico, lui lavorava per un gruppo? Quello del senatore Giuseppe Firrarello, del deputato Salvo Torrisi.

“Certo, questo non possono negarlo né Firrarello né Torrisi, è chiaro…. Torrisi lo conosceva bene. Se ha fatto il testimone di nozze lo conosceva bene”.

Ma suo genero come ha cominciato in politica?

Con una lista civica, con Galvagno, poi passò con Forza Italia”.

Ma perché cominciò?

“Per ambizione”

“Certo era appassionato dalla politica”, aggiunge la moglie Rossella, mentre il prof. Caponnetto ricorda anche dell’aiuto che Carmelo dava a chi viveva nel bisogno.

Che vita trascorreva la coppia Frisenna?

Padre e figlia concordano: “Una vita molto normale”. E la figlia aggiunge: “Io, oltre il viaggio di nozze, non ho fatto altro. Non possedevamo una casa in montagna o al mare, l’affittavamo ogni anno, a Recanati. Un mafioso che ha quattro milioni di euro va a prendere in affitto una casa con stanzette piccole, un bivani?”.

Chi è Carmelo Frisenna, signora Rossella?

“Una persona come tante altre, un po’ ambizioso”.

Cosa non si è detto che si dovrebbe dire?

“Si sono dette solo cose negative. E’ una persona socievole, disponibile, ottimista, forse troppo ottimista. Un po’ superficiale. Parlava moltissimo al telefono, con un tono un po’ spaccone e questo dovrebbe essere fatto notare, invece pare che i giudici non l’abbiano preso in considerazione questo atteggiamento, questo carattere, insomma”.

La moglie è molto preoccupata per le sue condizioni fisiche, che reputa “disastrose”. Poi ci sono i problemi di ogni giorno, dopo il sequestro del conto corrente, dove era canalizzato lo stipendio d’insegnante di lettere.

“Stiamo provvedendo noi, perché ha una famiglia alle spalle, se non avesse avuto una famiglia alle spalle cosa avrebbe fatto, con due bambini piccoli da crescere?”, si chiede il prof. Caponnetto.

In conclusione: padre e figlia dicono di “avere fiducia nella magistratura, nella giustizia” e si dichiarano disponili a riaccogliere Carmelo Frisenna quando finirà questa brutta storia.

 
ONOREVOLE RIEN NE VA PLUS
Quando ha saputo della chiusura delle indagini preliminari ha diffuso un comunicato: “Non conosco il sistema nauseabondo che regola il pagamento e la dazione di tangenti: certamente farsi pagare un’improbabile tangente con un assegno circolare intestato a proprio nome, poi versato nel conto personale, più che da reato penale è un atto da trattamento sanitario obbligatorio”.
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AMMAZZO’ FERRARI PER DENARO AL DI LA’ DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO
“Nonostante le reiterate menzogne e l’accertata falsità del suo alibi circa la sua assenza da Catania nell’ora del delitto, nonostante la sussistenza di una molteplicità d’indizi che convergono nell’indicarlo come autore dell’omicidio (di Vittorio Balsamo) con la probabile complicità della sorella Rita,
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CROLLO DEGLI ACQUISTI MA QUALCOSA SI MUOVE
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