| “HANNO SEQUESTRATO PURE BENI ACQUISTATI CON IL MIO SUDORE” |
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I mass-media, persino quelli nazionali, hanno pubblicato la notizia con grande enfasi: la Direzione investigativa antimafia ha sequestrato beni del valore di circa 4 milioni di euro all’ex assessore comunale di Paternò, Carmelo Frisenna, arrestato per mafia nell’operazione “Padrini” del 27 novembre 2008 e ora detenuto. Un patrimonio riconducibile interamente, secondo gli investigatori, all’ex membro della giunta Failla. Ma è proprio così? Il padre della moglie di Frisenna, il prof. Salvatore Caponnetto, docente in pensione di latino e greco nei licei, rompe il riserbo di questi anni travagliati e racconta, pur vivendo un dramma, a “Magma”, insieme con la figlia Rossella, la sua verità. Che parte proprio dagli acquisti fatti, due immobili per le due figlie - e lo sottolinea con forza - con i propri soldi. Quindi, situazioni e investimenti completamente diversi, separati da quanto fatto da Carmelo Frisenna con la sua attività economica. Questa la posizione del prof. Caponnetto. Eppure, la Dia ha posto sotto sequestro la casa in cui la figlia viveva con il marito e persino il conto corrente in cui è canalizzato il suo stipendio d’insegnante. Accusa: il tenore di vita sarebbe stato sopra le reali possibilità economiche del periodo preso in considerazione dagli investigatori. Il 5 maggio prossimo sarà discussa in Tribunale la richiesta di dissequestro.
Prof. Caponnetto, cosa critica quindi del provvedimento di sequestro della Dia? “Il provvedimento è stato fatto senza tenere conto della legittimità degli acquisti”. Parliamo del conto corrente… “Il conto corrente è alimentato dallo stipendio che percepisce mia figlia dal 2003 e da somme che dal ’98 in poi io ho versato, in varie forme, acquistando titoli e dando dei soldi per alimentare questo conto. Sono cose che io posso provare quando mi sarà chiesto”. E l’immobile? Lei dice che è stato acquistato con soldi suoi. “ Certo, è stato acquistato con soldi miei, dal 2001. Poi, ho contratto un mutuo che ho pagato sistematicamente. L’immobile è stato comprato esclusivamente con soldi miei”. Il conto corrente è stato sequestrato come l’immobile? “Tutto sequestrato.” Com’è nato l’investimento immobiliare? Per l’esigenza di sua figlia? “Certo…”. Antecedente al matrimonio di sua figlia con Frisenna? “Antecedente…”. Non erano nemmeno fidanzati? “No, no…”. Quindi, che investimento ha fatto? “La stessa cifra che io ho dato a mia figlia per acquistare titoli ‘Monti Paschi di Siena’ e ‘Banco di Sicilia’, l’ho versata anche per l’altra mia figlia Simona”. Per questo immobile che cosa è successo? “Abbiamo versato 123 milioni di lire all’atto della stipula del contratto di acquisto e per il residuo abbiamo acceso un mutuo di cento milioni. Io versavo ogni sei mesi oltre cinque milioni, in contanti perché a Paternò non c’è agenzia della Banca Nazionale del Lavoro, quindi volevano che io pagassi in contanti. Mi recavo a Misterbianco ogni sei mesi, pagavo nella filiale di Misterbianco questa cifra…”. La rata del mutuo, insomma? “La rata del mutuo, esattamente…”. Per quanto tempo l’ha fatto? “Dal 2001 fino al 2008, per sette anni. Poi, mia figlia mi ha prestato i soldi per chiudere questo mutuo, soldi che io, dopo sei mesi, ho restituito, perché volevo pagare io fino in fondo tutta la casa”. In totale quanto è costato l’immobile? “L’acquisto era di 223 milioni, poi con il cambio dell’euro non so…”. Operazione analoga ha fatto per l’altra figlia, no? “Addirittura all’altra forse ho dato qualcosa in più, perché, dovendo lei acquistare una casa a Milano, è chiaro che i prezzi di quella città non sono quelli di Catania o di Paternò. Credo di avere addirittura dato qualcosa in più”. Il resto di quanto sequestrato riguarda, invece, l’attività economica di Carmelo Frisenna… “Sì, l’attività economica di Carmelo Frisenna. Noi non c’entriamo per niente”. Non avete mai avuto un ruolo nell’attività economica di Frisenna? “Assolutamente no, gestiva tutto lui. Non c’entriamo completamente, mia figlia addirittura neanche conosceva l’esistenza di una società…”. Parliamo di un’attività economica agricola… “Esportazione di agrumi, commercializzazione degli stessi. Mai avuto noi conoscenza diretta”. Il padre di Frisenna lo aiutava nel lavoro? “Suo padre si occupava della scelta dei prodotti, Carmelo, invece, vendeva, andava in giro per l’Italia, si recava soprattutto in Veneto. Vendeva bene, perché sapeva vendere il suo prodotto”. Era un’attività che andava bene? “Specialmente negli ultimi anni era andata abbastanza bene.” Da parte sua e di sua figlia non c’è stato mai nessun sospetto, magari su qualche faccia strana che gravitava attorno a lui? “Assolutamente no” Nell’attività di Frisenna lavoravano molte persone, si dice circa 120 dipendenti… “Per un paio di anni ho notato molta gente lavorare là dentro, camion che andavano, venivano. Fino a tre anni fa”. Lui si lamentava mai per l’andamento delle annate? “Ogni tanto, sì. L’annata del 2007 non era andata bene”. Com’è stata vissuta questa storia a Paternò? “Nel paese in maniera abbastanza drammatica, perché nessuno si aspettava un provvedimento del genere, poi non dico cosa è accaduto quando sono stati pubblicati quei numeri della Dia. Abbiamo ricevuto telefonate da parte di amici, parenti, da quasi tutt’Italia molto sorpresi per quella cifra di quattro milioni di euro. Il commercialista che lavora per l’azienda, interpellato, mi ha detto che sono ‘balle’. Mi ha spiegato che sono state messe insieme molte cose. Nel calderone delle somme che riguardano mio genero, hanno messo anche i suoi proventi riguardanti gli anni 2001, 2002, 2003 e mia figlia non era ancora sposata”. Si è creata una situazione di solitudine a un certo punto, sembrava quasi che nessuno conoscesse Carmelo Frisenna… “Sì, senz’altro. Terra bruciata”. Però aveva rapporti con numerose persone? “Lo conoscevano tutti”. In questo periodo qualcuno si è fatto avanti, anche per solidarietà? “Devo dire onestamente che l’avvocato Salvo Torrisi mi ha avvicinato diverse volte, mi ha chiesto della situazione, si è dimostrato addolorato per tutto quello che è avvenuto, anche il sindaco, che tra l’altro il sindaco è un mio lontano cugino. Poi, il Comune si è costituito parte civile, forse poteva anche evitarlo. Abbiamo avuto molti attestati di solidarietà, di amici, certo un po’ meno dalle forze politiche, dalle Autorità diciamo… Ripeto sia Torrisi sia Failla sia altri consiglieri comunali, anche il dott. Venora, erano dispiaciuti. Credono tutti nella sua innocenza”. A prescindere da questa vicenda, la mafia a Paternò ha un ruolo? E’ ancora il tempo di Alleruzzo? “Con Alleruzzo ci davamo del tu, era un pastore che quando io ero studente universitario, diciamo tra virgolette, proteggeva il circolo universitario. Quando noi giocavamo a carte e veniva qualche sconsiderato per una rapina, veniva lì e teneva tutti fuori”. Con il passaggio agli anni Ottanta e Novanta, Paternò ha conosciuto l’aggressione della mafia? “No, secondo me no, che ci sia la piccola delinquenza questo sì, ma per la mafia si deve andare molto distante da Paternò. Con questo non voglio difendere il paese perché paternese…”. Lei oggi non vede questo rischio? “No, no. Anche perché non ci sono i soldi a Paternò perché ci sia la mafia”. Gli interessi quali potrebbero essere? “Ma quali interessi a Paternò, dove sono questi soldi a Paternò?” Ma ci sono gli appalti? “Non credo. So che il sistema degli appalti è delicatissimo. Proprio mio genero diceva che se lui avesse voluto favorire la mafia si sarebbe fatto assegnare l’assessorato all’Urbanistica. Non ha voluto per non essere impelagato in situazioni poco chiare. Infatti, ha scelto la Solidarietà sociale proprio per questo”. Ma a Paternò il problema sarebbe stato solo Frisenna, per fatti personali, privati? Almeno così è stato detto dai responsabili politici del comune… “Non so rispondere”. Dal punto di vista politico, lui lavorava per un gruppo? Quello del senatore Giuseppe Firrarello, del deputato Salvo Torrisi. “Certo, questo non possono negarlo né Firrarello né Torrisi, è chiaro…. Torrisi lo conosceva bene. Se ha fatto il testimone di nozze lo conosceva bene”. Ma suo genero come ha cominciato in politica? “Con una lista civica, con Galvagno, poi passò con Forza Italia”. Ma perché cominciò? “Per ambizione” “Certo era appassionato dalla politica”, aggiunge la moglie Rossella, mentre il prof. Caponnetto ricorda anche dell’aiuto che Carmelo dava a chi viveva nel bisogno. Che vita trascorreva la coppia Frisenna? Padre e figlia concordano: “Una vita molto normale”. E la figlia aggiunge: “Io, oltre il viaggio di nozze, non ho fatto altro. Non possedevamo una casa in montagna o al mare, l’affittavamo ogni anno, a Recanati. Un mafioso che ha quattro milioni di euro va a prendere in affitto una casa con stanzette piccole, un bivani?”. Chi è Carmelo Frisenna, signora Rossella? “Una persona come tante altre, un po’ ambizioso”. Cosa non si è detto che si dovrebbe dire? “Si sono dette solo cose negative. E’ una persona socievole, disponibile, ottimista, forse troppo ottimista. Un po’ superficiale. Parlava moltissimo al telefono, con un tono un po’ spaccone e questo dovrebbe essere fatto notare, invece pare che i giudici non l’abbiano preso in considerazione questo atteggiamento, questo carattere, insomma”. La moglie è molto preoccupata per le sue condizioni fisiche, che reputa “disastrose”. Poi ci sono i problemi di ogni giorno, dopo il sequestro del conto corrente, dove era canalizzato lo stipendio d’insegnante di lettere. “Stiamo provvedendo noi, perché ha una famiglia alle spalle, se non avesse avuto una famiglia alle spalle cosa avrebbe fatto, con due bambini piccoli da crescere?”, si chiede il prof. Caponnetto. In conclusione: padre e figlia dicono di “avere fiducia nella magistratura, nella giustizia” e si dichiarano disponili a riaccogliere Carmelo Frisenna quando finirà questa brutta storia. |
