| IL KILLER SILENZIOSO |
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Poco più di 240mila persone ogni anno in Italia perdono la vita a causa dell’ipertensione arteriosa, una malattia “silenziosa” che attacca il 33% della popolazione, in altre parole 16milioni di persone. Il 19% degli uomini e il 14% delle donne, fra i 35 e i 74 anni,
secondo l’Istituto superiore di sanità sopportano una condizione di salute precaria pronta a trasformarsi con conseguenze fatali. Meno di un quarto degli ipertesi è ben controllato, soltanto uno su cinque osserva i rimedi da adottare e che questa trascuratezza provoca lo sviluppo di malattie cardiache, per le quali il costo solo nell’Unione Europea è di 169 miliardi di euro l’anno. In realtà ciascuno di noi conosce l’importanza della pressione arteriosa, perché, se in eccesso, può l’ipertensione, una malattia in sé e per sé, che apre la strada a patologie molto serie. «La forma d’ipertensione arteriosa più frequente – spiega il professor Salvatore Di Fazzio, responsabile dell’unità operativa di Medicina interna e terapia medica dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania, docente di semeiotica e fisiopatologia clinica dell’università di Catania - è chiamata “ipertensione arteriosa essenziale”, perché non si conosce la causa e s’ipotizzano diversi fattori, tra cui elementi ereditari, legati allo stile di vita. Però esiste un’altra forma definita “secondaria”, provocata da diverse malattie, renali o endocrinologiche: forma molto più rara. Il rapporto è del 90-95% d’ipertensione arteriosa essenziale e del 5% secondaria. Occorre rilevare che la malattia ipertensiva è una patologia curabile, ma non guaribile: il paziente deve convincersi che dovrà curarsi a vita. Il problema principale, innanzitutto, è che la malattia non è spesso diagnosticata: una parte di soggetti ipertesi non sa di esserlo, e un’altra parte, pur avendo individuato la diagnosi e stabilita una terapia, non segue il trattamento adeguato. Probabilmente perché l’ipertensione arteriosa si complica con danni a carico di organi importanti, quali il cuore e i reni, ma per lungo tempo può rimanere assolutamente asintomatica, cioè non presenta sintomi. Il paziente quindi è costretto a curarsi pur non accusando alcun disturbo, e tendenzialmente rifiuta la terapia e sottovaluta la necessità di curarsi. L’assenza di dolore o di altri disturbi e pericoloso, perché induce a non curarsi, mentre sarebbe molto importante perché permette al medico di intervenire in tempo ed evitare che l’ipertensione provochi complicazioni. Per questo motivo l’ipertensione arteriosa è chiamata “killer silenzioso”».
Una malattia che colpisce indistintamente tut
ti, senza differenze tra sesso, età o ceto sociale. La pressione arteriosa è quella esercitata dal sangue, pompato con forza dal cuore, sulla parete delle arterie che distribuiscono il sangue nell'organismo. Poiché il cuore batte a intervalli regolari, si distingue una pressione "massima" o "sistolica", che corrisponde al momento in cui il cuore pompa il sangue nelle arterie, e una "minima" o "diastolica", che coincide alla pressione che rimane nelle arterie nel momento in cui il cuore si ricarica di sangue per il battito successivo. «Il sangue è un tessuto che trasporta a tutti i nostri organi i substrati di cui hanno bisogno per vivere, per nutrirsi e per svolgere le loro funzioni. Perché il sangue arrivi in quantità adeguata ai tessuti, è necessario che il cuore svolga la sua funzione di spinta, di propulsore, ma è fondamentale anche che il sangue abbia una corretta spinta all’interno dei vasi. Questa è la pressione arteriosa, che deve mantenersi nell’ambito di valori normali, cioè in grado di assicurare una perfusione adeguata ai tessuti. Quando la pressione (la spinta che il sangue ha nei vasi) è eccessiva, superiore ai valori considerati normali, si parla d’ipertensione arteriosa. In parole povere, l’ipertensione consiste in un aumento durevole dei valori pressori presenti all’interno dei vasi arteriosi. I valori normali sono considerati tali quando si registra una pressione arteriosa sistolica a riposo di 140 mm Hg e una pressione arteriosa diastolica di 90 mm Hg. Con valori uguali o superiori a questi si parla d’ipertensione arteriosa, che chiaramente ha vari gradi: il grado uno (rappresenta incrementi modesti, fino a 159/99), il grado due (fino a 179/109) e il grado tre (valori uguali o superiori a 180/110). L’ipertensione arteriosa è definita sisto-diastolica quando entrambi i valori sono ampliati. Sotto 140 con 90, i valori della pressione sono definiti normali, anche se una pressione arteriosa normale “ottimale” è inferiore a 120 con 80; una normale “alta” se i valori sono superiori a 130 anche se inferiori a 140, o superiori a 85 anche se inferiori a 90, al confine con l’ipertensione arteriosa». In Italia milioni di persone sono ipertesi, la cui ipertensione trae origine da un quadro combinato di fattori genetici e ambientali: familiarità, razza, età, stile di vita e dieta. Qualcuno afferma di sentirsi la pressione alta o ne avverte un calo repentino. Ma c’è molta confusione a riguardo perché generalmente, come abbiamo detto, l’ipertensione arteriosa provoca pochi o nessun disturbo, almeno all’inizio. L’impossibilità di stabilire sintomi chiari, preoccupanti e facilmente identificabili, rende l’ipertensione pericolosa e nociva, tuttavia nei soggetti che soffrono d’ipertensione seria qualche cenno potrebbe essere indicativo. «Per alcuni pazienti, in effetti, è possibile avvertire dei sintomi classici e comuni di accompagnamento a una pressione arteriosa elevata: cefalea, vertigini, sensazione di testa pesante, affaticamento e stanchezza, epistassi (la perdita di sangue dal naso è più frequente nelle crisi ipertensive), disturbi visivi, malessere generale, stato confusionale. Ma non è detto che chi avverte mal di testa abbia la pressione alta. A volte sono sintomi che accompagnano il calo pressorico. Al contrario, ci sono malati che combattono per mesi il mal di testa e non pensano che sia dovuto a un innalzamento pressorio. Ma, ripeto, molti hanno pressione alta e non avvertono disturbi. Il problema è che con la pressione troppo alta si può andare incontro a eventi tragici: un cardiopatico che ha aumenti notevoli di pressione arteriosa può avvertire in futuro insufficienza cardiaca acuta o anche aritmia grave, o ictus emorragici o trombotici».
Le forme d’ipertensione arteriosa in cui è possibile dimostrare una causa precisa, cioè organica, legata a specifiche malattie di un organo, come detto, sono definite “secondarie”. In molti casi il movente è una malattia del rene, conseguente a precedenti nefriti, pielonefriti o infezioni delle vie urinarie particolarmente frequenti, o malattie dell’apparato endocrino. Comunque, ci sono nemici che favoriscono l’aumento pressorio. Il sale è chiamato in causa come fattore di peggioramento dell’ipertensione arteriosa. L’abuso di cloruro di sodio nella dieta è direttamente collegato alla pressione alta. Nel 20% dei casi per rimediare al danno basta ridurne il consumo. In media, infatti, ogni italiano ne assume il doppio di quanto serva: 10-15 grammi il giorno, contro i 5-6 grammi. Oltre al basso tenore di sodio, anche un contemporaneo aumento di potassio si è rivelato utile nel diminuire i valori pressori. Il soggetto iperteso non deve trascurare la quantità di sodio contenuto nell’acqua potabile, perché esso rappresenta un valido aiuto nella riduzione giornaliera consigliata (l’acqua potabile è a basso contenuto di sodio quanto ha valori sotto i 20mg/litro).
Nella terapia dell'ipertensione la dieta ricopre un ruolo importante, che in molti casi diventa addirittura curativa; per questo motivo deve essere argomento di competenza medica. Al ruolo del sodio, infatti, si aggiungano molti altri fattori aggravanti, come le abitudini alimentari in senso più ampio (gli eccessi calorici e lipidici favoriscono la comparsa della malattia), la predisposizione genetica, la sedentarietà e lo stile di vita (stress, fumo, abuso di alcol o droghe). Sia in ambito preventivo sia in quello terapeutico, la dieta per l'ipertensione si articola su quattro punti fondamentali: contenere l'apporto di sodio, aumentare quello di potassio (tramite un generoso consumo di frutta, verdura e alimenti integrali), controllare il peso corporeo e limitare il consumo di alcolici.
Per l’uomo è difficile abituare il palato alla mancanza di sale ma in natura esistono sempre dei rimedi: il sale può anche essere sostituito con prodotti iposodici (contenenti ad esempio cloruro di potassio) o aromi e spezie varie, come peperoncino, erbe, aglio, prezzemolo, rosmarino, salvia e origano. Il trattamento dietetico dell'ipertensione non deve quindi concentrarsi unicamente sulla riduzione del consumo di sodio, ma riequilibrare il suo rapporto con il potassio e limitare gli eccessi, soprattutto per quanto riguarda il consumo di lipidi, alcol e cibi ipercalorici. «Ogni paziente dovrà essere curato con farmaci, quando necessario, ma in ogni caso dovrà correggere il proprio stile di vita. E’ importante passare a una dieta iposodica, ipocalorica (se in sovrappeso o obeso) e povera di grassi saturi che favoriscono la comparsa di aterosclerosi. Fondamentale è anche una regolare attività fisica, escludendo gli sforzi intensi, con i famosi 10mila passi il giorno, un’attività di tipo aerobico, che aiuta a migliorare il metabolismo periferico e a controllare i valori pressori e determina un aumento del cosiddetto colesterolo buono, quello che porta via dai tessuti l’eccesso di colesterolo “cattivo”. L’aumento di peso si accompagna all’aumento della pressione arteriosa e senza dubbio l’obesità è un fattore che aggrava l’ipertensione arteriosa. Il paziente iperteso non tollera il sovrappeso, deve essere ricondotto a un peso normale. Non è la causa dell’ipertensione arteriosa ma un’aggravante. Per prevenire le complicazioni provocate dall’ipertensione arteriosa, è innanzitutto necessario ridurre i valori pressori, perché il rapporto tra valori pressori e comparsa di inconvenienti è lineare, diretto. Ma è anche fondamentale controllare nell’iperteso tutti gli altri fattori di rischio cardiovascolare: è dimostrato che se un paziente è iperteso, a parità dei valori pressori elevati, il rischio cardiovascolare aumenta se il paziente è contemporaneamente obeso, iperdislipidemico (ipercosterolemico), se fuma sigarette, se diabetico. Per questo nei pazienti ipertesi bisogna intervenire adeguatamente anche sugli altri fattori di rischio cardiovascolare, compresa la sedentarietà».
Se piccoli accorgimenti possono bastare per curare la pressione, questi potrebbero non essere sufficienti quando i valori pressori sono marcatamente elevati e, soprattutto, quando l'ipertensione è associata ad altri fattori di rischio quali obesità centrale, diabete mellito e dislipidemia. In questi casi si dovrà intervenire anche con un'adeguata terapia farmacologica. «Le sostanze più usate a livello internazionale per il contenimento della pressione arteriosa essenziale appartengono alle categorie dei diuretici, betabloccanti, calcio-antagonisti e i medicinali che interferiscono con il sistema renina-angiotensina-aldosterone, gli ACEinibitori e i sartani. Queste cinque classi sono le più adoperate, ma qualora non fossero sufficienti, o da soli o in associazione, si possono adoperare anche altri, gli anti-ipertensivi a effetto centrale (clonidina e alfametildopa), meno usati per gli effetti collaterali importanti».
E’ importante misurare correttamente la pressione arteriosa. In commercio ci vendono attrezzature che, quando è necessario, permettono di monitorare correttamente la pressione arteriosa anche durante la giornata. «Sopra i 40 anni tutti dovrebbero misurare la pressione arteriosa perché spesso si è ipertesi senza accusare disturbi: inizialmente una volta il mese, ma chi è iperteso deve controllarsi più frequentemente anche per valutare gli effetti del trattamento. In certi pazienti è necessario il controllo giornaliero, in altri è importante valutare i valori prima di assumere farmaci anti-ipertensivi, più volte il giorno. Quando la terapia è stabilizzata, un controllo giornaliero è sufficiente. A volte è necessario adoperare un monitoraggio della pressione arteriosa per osservare cosa accade in un paziente nel corso delle 24 ore (sistema Holter), una sorta di curva, importante perché spesso la pressione registrata dal medico è più alta di quanto sia in realtà (effetto “camice bianco”), dunque può aumentare in base alle emozioni, alla paura o ad altro. Questo consente di valutare anche la curva circadiana della pressione; infatti, la pressione arteriosa ha una variabilità spontanea: è più bassa quando si dorme, è più alta al risveglio o quando si compie un’attività fisica, per esempio sul lavoro. Nei pazienti ipertesi, questa curva può modificarsi, la notte non si ha un fisiologico abbassamento come nel soggetto normale».
L’ipertensione arteriosa è una malattia in grado di provocare danni enormi alla salute dell’uomo fino ad arrivare all’exitus finale, per insufficienza cardiaca, renale o cerebrale. «L’ipertensione arteriosa danneggia direttamente il cuore in cui provoca una ipertrofia ventricolare, cioè un ispessimento delle pareti, fattore che a lungo andare può degenerare all’insufficienza cardiaca. Inoltre l’ipertensione arteriosa danneggia i vasi arteriosi, e di qui importanti organi: l’ipertensione arteriosa è un fattore di rischio aterosclerotico, cioè determina nei vasi la comparsa di lesioni aterosclerotiche con formazione di placche che tendono poi a complicarsi con trombosi o rotture. Se questi fenomeni aterosclerotici interessano i vasi coronarici, si genera la cardiopatia ischemica, con probabile comparsa d’infarto del miocardio o angina. Se il danno interessa i vasi cerebrali, il paziente potrà subire gravi danni, acuti, come ictus, di tipo emorragico o trombotico, o danni cronici fino alla demenza aterosclerotica. E’ possibile inoltre lo sviluppo di nefroangiosclerosi, un danno dei vasi renali con evoluzione verso l’insufficienza renale. L’ipertensione arteriosa può danneggiare anche le grandi arterie che portano il sangue agli arti inferiori, quindi provocare arteriopatia obliterante e può danneggiare anche la più importante e grande arteria del corpo umano (l’aorta) con possibile evoluzione verso un aneurisma dissecante dell’aorta. In conclusione, gli organi bersaglio dell’ipertensione arteriosa sono il cervello, il cuore, il rene, l’occhio (retinopatia ipertensiva), la circolazione arteriosa periferica».
Nel sesso femminile, i rapporti fra pressione e salute sono particolarmente delicati, soprattutto in due momenti della vita, la gravidanza (in cui un’eventuale ipertensione può minacciare seriamente la salute di mamma e bambino) e la menopausa, in cui la pressione è altalenante e va controllata con più cura. L’uso della pillola anticoncezionale durante l’età fertile, oppure delle terapie ormonali sostitutive in menopausa impongono cautele speciali contro il rischio pressione alta. di Gianluca Muscuso
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